Il freddo della prima decade di novembre continua a trovare spazio nelle proiezioni a medio-lungo termine. Se la traiettoria orientale verrà mantenuta, nei settori più coinvolti le temperature potrebbero assumere caratteristiche già invernali, con il rischio di gelate più estese anche a bassa quota. Per la neve il quadro resta più incerto: la circolazione prevista lascerebbe molte regioni con precipitazioni scarse o assenti, proprio mentre l’aria diventerebbe abbastanza fredda da consentire fiocchi sui rilievi a quote relativamente basse.
Qualche imbiancata sull’Appennino centro-meridionale resta possibile, anche verso i mille metri nelle combinazioni più favorevoli. Al momento, però, lo scenario offre maggiori elementi per un raffreddamento che per nevicate estese.

Il freddo potrebbe consentire fiocchi intorno ai mille metri
Nello scenario termico preso in esame, i passaggi più freddi potrebbero portare valori prossimi a −3 °C a circa 1.400 metri, nei settori raggiunti più direttamente dall’afflusso. Sarebbe una massa d’aria capace di dare un’impronta invernale alle giornate, con effetti differenti fra le regioni e fra le varie fasi dell’episodio.
Con queste temperature, una quota neve vicina ai mille metri diventerebbe plausibile. Per definirla occorrerà valutare il profilo completo di temperatura e umidità, insieme all’intensità dei fenomeni: il valore a una sola quota descrive una parte della massa d’aria, senza fissare automaticamente il limite delle nevicate. La soglia dei mille metri rimane quindi una possibilità dello scenario più freddo, ancora lontana da una previsione locale anche e soprattutto per ovvi limiti temporali.
Le precipitazioni resterebbero il limite principale
La difficoltà maggiore per la neve sarebbe trovare precipitazioni durante la fase termicamente più fredda. L’alta pressione sull’Europa settentrionale e le depressioni più a est ostacolerebbero l’ingresso delle perturbazioni atlantiche, lasciando l’Italia esposta a correnti fredde orientali. Molte zone potrebbero così raffreddarsi restando prevalentemente asciutte.
Qualche occasione rimarrebbe sui versanti raggiunti dall’aria che attraversa l’Adriatico, acquista umidità e viene sollevata dai rilievi. Il sollevamento dell’aria umida favorisce infatti la formazione di nubi e precipitazioni sui versanti esposti. L’Appennino dall’Abruzzo verso sud, soprattutto nei settori esposti alle correnti orientali, sarebbe l’area potenzialmente più a rischio.
Dobbiamo anche considerare che potrebbe trattarsi di episodi circoscritti. Una depressione più vicina alla Penisola potrebbe aumentare le precipitazioni e ampliare le possibilità di neve; un’evoluzione concentrata sui Balcani manterrebbe invece molte montagne fredde e asciutte.
Le gelate potrebbero estendersi anche alle pianure
Il raffreddamento avrebbe conseguenze anche nelle aree lontane dai fenomeni. Nei primi dieci giorni di novembre aumenterebbe il rischio di gelate sui rilievi e nelle conche, con possibile interessamento anche della Pianura Padana e delle pianure interne del Centro. Nei luoghi rimasti finora sopra lo zero potrebbero essere le prime della stagione; altrove si tratterebbe di episodi più estesi rispetto a quelli già comparsi.
La distribuzione dipenderà molto dalle condizioni notturne. Cielo sereno e vento debole favorirebbero la perdita di calore e l’accumulo di aria fredda nelle zone depresse; nubi persistenti e ventilazione limiterebbero questo raffreddamento aggiuntivo. Segnaliamo dunque, preventivamente e con obbligo di conferma, il rischio di gelate anche piuttosto diffuse con estensione ancora da definire.
La caratteristica più particolare di questo inizio di novembre sarebbe quindi in primis il freddo invernale. La neve potrebbe arrivare ma ci sono ancora molti “se” da sciogliere.
Analisi e fonti
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