Tutti i principali centri meteorologici mondiali stanno confermando la stessa cosa: un nuovo El Niño si sta formando nel Pacifico tropicale, e potrebbe raggiungere lo status di “Super El Niño” entro la fine del 2026. L’Organizzazione Meteorologica Mondiale assegna una probabilità del 61% che El Niño emerga entro l’estate, con i modelli ECMWF e NOAA che indicano una possibilità concreta che diventi un evento della stessa portata di quelli del passato.
La reazione mediatica è stata immediata e prevedibile: “estate rovente”, “caldo africano”, “la peggiore degli ultimi anni”. Ma noi abbiamo deciso di fare qualcosa di diverso: siamo andati a guardare cosa è accaduto realmente in Italia durante i tre Super El Niño dell’era moderna. E i risultati potrebbero sorprendervi.
Super El Niño: tre volte in 44 anni
Partiamo dai fatti. Un Super El Niño si verifica quando le temperature superficiali del Pacifico equatoriale superano di oltre 2°C la media per un periodo prolungato. In epoca moderna ne contiamo tre: il 1982/83, il 1997/98 e il 2015/16.
L’anomalia sottomarina che si sta formando nel Pacifico in queste settimane segue una traiettoria che ricorda da vicino quella dei precedenti eventi: un’onda di Kelvin — un massiccio accumulo di calore nelle acque profonde — sta risalendo verso la superficie nel Pacifico orientale, alimentata da forti venti occidentali. È lo stesso meccanismo che ha innescato i Super El Niño del passato.
Ma attenzione: El Niño è un fenomeno del Pacifico. I suoi effetti sull’Europa e sull’Italia sono indiretti, mediati dalla circolazione atmosferica globale. E qui le cose si fanno più complicate di quanto la narrazione “estate rovente” lasci intendere. Per capirlo, ripercorriamo i tre precedenti. A partire da quello che gli italiani ricordano meglio — anche se non sanno di ricordarlo per El Niño.
1982: il Mondiale, le fontane e i 46°C
L’11 luglio 1982 l’Italia di Bearzot batteva la Germania Ovest 3-1 nella finale di Madrid e vinceva il suo terzo Mondiale. Milioni di italiani festeggiavano nelle piazze, si tuffavano nelle fontane, suonavano i clacson fino all’alba. Quello che i giornali riportavano nelle pagine di cronaca, mentre le prime pagine celebravano Rossi, Tardelli e Altobelli, era una delle emergenze caldo più gravi della storia italiana.
Il caldo era iniziato già nella seconda metà di giugno, con il Sud Italia e la Sardegna investiti da temperature estreme. Catania registrò 45°C. Palermo Punta Raisi toccò 44°C. In Sardegna, a Capo San Lorenzo, la temperatura schizzò a 46,2°C in poche ore. In tutto il Sud le massime superarono i 40°C per giorni consecutivi.
Non fu solo caldo: fu un’emergenza. Incendi devastanti colpirono tutte le regioni meridionali, con polemiche fortissime sull’organizzazione dei soccorsi — la Protezione Civile, come organismo, muoveva i suoi primi passi proprio in quell’anno. I danni all’agricoltura furono ingenti: siccità estrema al Centro-Sud, ma anche violente grandinate al Nord. L’Italia era letteralmente spaccata in due: mentre il Sud bruciava, il Nord subiva forti temporali.
E anche in Spagna, dove si giocava il Mondiale, l’ondata di calore fu storica. La semifinale Italia-Polonia dell’8 luglio si disputò a Barcellona con 40°C. I cronisti scrissero che il caldo aveva condizionato l’incontro. Sul cielo della città aleggiava una densa cappa di fumo per un vasto incendio sul massiccio del Garraf.
Chi ha vissuto quell’estate la ricorda così: il caldo appiccicoso delle sere di luglio, le finestre spalancate, i ventilatori al massimo, e la voce di Nando Martellini che urlava “Campioni del mondo!” nella notte più calda dell’anno.
Era il primo Super El Niño documentato dell’era moderna. E l’estate successiva, quella del 1983, fu ancora peggiore: un’ondata di calore tra le più intense mai registrate in Europa, con i picchi massimi di temperatura proprio nelle pianure interne della Toscana. Un possibile collegamento con El Niño è stato riconosciuto dalla comunità scientifica.
1998: conferma rovente
Il Super El Niño del 1997/98 raggiunse il picco nell’inverno tra il 1997 e il 1998, con anomalie marine di 5-6°C al largo delle coste di Ecuador e Perù — valori definiti “senza precedenti” dalla comunità scientifica internazionale.
L’estate del 1998 in Italia fu effettivamente eccezionale. Già da giugno si susseguirono ripetute rimonte dell’anticiclone africano sul Mediterraneo, con una frequenza e un’intensità insolite. Ma fu tra luglio e la prima metà di agosto che la situazione divenne estrema.
Si creò quello che i meteorologi definiscono un “corridoio caldo”: una configurazione sinottica in cui una depressione sull’Atlantico settentrionale e un’altra sulle coste del Marocco incanalarono l’aria sahariana direttamente sull’Italia, senza dispersione verso i paesi limitrofi. L’Italia fu investita da ondate di calore persistenti e intense, con i 40°C superati in numerose località.
I numeri parlano chiaro: Catania toccò i 45,2°C in luglio. Parma registrò 39,1°C e Milano Linate 37,1°C l’11 agosto. L’estate del 1998 si posizionò come una delle più calde del ventesimo secolo per l’Italia, con un’intensità delle ondate di calore che raggiunse il livello 4 — un picco che negli anni ’90 era stato toccato solo nel 1994.
Fin qui, due Super El Niño su due con estati roventi in Italia. Il quadro sembra chiaro. Ma aspettate di leggere cosa accadde la terza volta.
2016: la grande sorpresa
Il Super El Niño del 2015/16 fu potente quanto i precedenti. Le anomalie del Pacifico superarono i +2°C, e il 2015 fu l’anno più caldo mai registrato a livello globale fino a quel momento. Le temperature superficiali dei mari italiani raggiunsero il record storico dall’inizio delle rilevazioni, con un’anomalia media di +1,28°C.
L’estate 2015 — l’anno in cui El Niño si stava sviluppando, esattamente come il 2026 — fu in effetti molto calda in Italia: temperature nettamente sopra la media, precipitazioni inferiori alla norma del 13% a livello nazionale e del 21% al Nord.
Ma l’estate del 2016? Quella del picco e della fase di decadimento del Super El Niño?
Secondo i dati ISAC-CNR, l’estate 2016 si concluse con un valore di temperatura media di 23,91°C — appena sotto la media pluriennale degli ultimi 20 anni. Fu un’estate sostanzialmente nella norma. Anzi, fu di 1,34°C più fresca dell’estate 2015. Il bilancio ufficiale la descrisse come una stagione “decisamente sotto tono su tutto il Paese”.
Al Centro-Nord le temperature furono vicine alla media. Sull’Appennino settentrionale furono addirittura sotto la media. Solo il Sud-Est europeo vide anomalie chiaramente positive. L’anticiclone africano fu presente, ma il flusso atlantico si mostrò più penetrante del previsto, limitando l’efficacia delle rimonte calde.
Il dato più rivelatore: il Centro Europeo di Reading (ECMWF) aveva previsto un’estate bollente per il 2016. La previsione si rivelò sbagliata. Come scrissero gli analisti a fine stagione, le previsioni formulate a inizio giugno non furono confermate dai fatti.
Tre Super El Niño, tre storie diverse: perché?
Come è possibile che eventi di portata simile nel Pacifico producano risultati così diversi in Italia?
Nel 1982 e nel 1998, la configurazione delle correnti in quota favorì un’espansione diretta dell’anticiclone africano verso l’Italia e l’Europa centrale. L’aria sahariana trovò un corridoio aperto verso nord, con ondate di calore persistenti e intense.
Nel 2016, le correnti atlantiche rimasero più attive e penetranti, fungendo da scudo contro le rimonte africane. L’anticiclone si spostò più a est, colpendo i Balcani e l’Europa orientale ma risparmiando in parte l’Italia centro-occidentale.
Questo dimostra un punto fondamentale che la narrazione mediatica ignora: El Niño non è un interruttore on/off per il caldo in Italia. È un fattore che modifica le probabilità, non le certezze. L’Italia si trova in una posizione geografica di transizione tra l’influenza atlantica e quella subtropicale africana, e variazioni anche piccole nella posizione delle strutture bariche possono fare la differenza tra un’estate rovente e un’estate nella norma.
Il bilancio dei tre precedenti è quindi: due estati estreme (1982 e 1998) e una nella norma (2016). Non è un 100% di caldo garantito — è un 66% di probabilità aumentata, con un 33% di sorpresa possibile.
E il 2026? Cosa aspettarsi davvero
Il 2026 è l’anno di sviluppo del nuovo El Niño — una fase più simile al 2015, che fu molto caldo, che al 2016, che fu nella norma. I modelli ECMWF indicano per l’estate 2026 un’anomalia termica di +1/+1,5°C sull’Europa, con luglio indicato come il mese potenzialmente più caldo, con scarti fino a +2-3°C dalla media.
Ma c’è un elemento che nel 1982 e nel 1998 era assente: il contesto di riscaldamento globale attuale. Rispetto agli anni ’80 e ’90, l’anticiclone africano interviene con una frequenza enormemente maggiore. Se negli anni ’60 i blocchi anticiclonici africani si verificavano 1-2 volte a decennio, oggi succedono 1-2 volte per estate. Questo amplifica qualsiasi segnale di caldo proveniente da El Niño.
Lo scenario più probabile prevede un’estate calda con ondate di calore ripetute, soprattutto a luglio. Ma anche temporali più intensi del normale al Nord, alimentati dal surplus di energia nell’atmosfera. Le proiezioni ECMWF indicano precipitazioni nella media o sopra la media sull’Italia settentrionale, concentrate in eventi convettivi — temporali, grandinate, nubifragi.
Non è escluso, tuttavia, lo scenario 2016: un flusso atlantico più attivo del previsto che limita le rimonte africane e produce un’estate meno estrema di quanto annunciato. La storia ci insegna che può accadere anche durante un Super El Niño.
L’autunno: il rischio che nessuno sta considerando
C’è un aspetto che quasi nessuno sta evidenziando, e che riteniamo il più rilevante per la preparazione.
Durante il Super El Niño del 2015/16, il periodo più critico per l’Italia non fu l’estate — fu l’autunno. A novembre 2016 la Toscana fu colpita da precipitazioni intense e persistenti nelle province di Arezzo, Firenze, Siena, Lucca, Pisa e Pistoia. Il 2016 si chiuse con precipitazioni annuali inferiori alla media e con periodi prolungati di siccità, intervallati da eventi estremi concentrati. L’anno prima, nel 2015, l’autunno e l’inverno furono caratterizzati da un’assenza quasi totale di piogge a dicembre su tutto il territorio nazionale.
Con il picco del Super El Niño atteso per l’inverno 2026/2027, la seconda parte dell’anno potrebbe essere la fase più critica: non solo per il caldo residuo, ma per il rischio di eventi alluvionali legati alla maggiore energia disponibile nell’atmosfera.
Il punto che manca nel dibattito
El Niño non porta solo caldo. Porta instabilità. Il surplus di energia nell’atmosfera non si traduce solo in temperature più alte — si traduce in temporali più violenti, grandinate più frequenti, contrasti termici più marcati. Chi ha vissuto l’estate del 1982 lo ricorda bene: mentre il Sud bruciava sotto i 46°C, il Nord subiva grandinate devastanti. La combinazione di calore e instabilità è ciò che rende queste estati pericolose, non il caldo da solo.
Il consiglio più utile che possiamo dare è questo: non concentratevi solo sulle ondate di calore. Monitorate il rischio di eventi convettivi intensi, soprattutto nelle aree interne e lungo la dorsale appenninica. E preparatevi per un autunno potenzialmente molto attivo.
Continueremo ad aggiornare questa analisi man mano che i dati sull’evoluzione di El Niño si faranno più definiti. Il prossimo aggiornamento è previsto a fine maggio, con i nuovi dati oceanici del WMO.
Fonte e analisi Analisi elaborata dal Centro di Calcolo di MeteoToscana.it, attivo dal 1997. Dati oceanici: NOAA/CPC, WMO Global Seasonal Climate Update (aprile 2026). Proiezioni stagionali: ECMWF SEAS5, NMME multi-model, Copernicus C3S. Dati climatologici Italia: ISAC-CNR, ISPRA. Dati storici: Wikipedia (ondate di calore 1982, 1983, 1998), NOAA (distribuzione temperature e precipitazioni estate 2016). Per la modellistica: ECMWF, GFS, WRF, modellazione insourcing MeteoToscana.it
