Il possibile ritorno della fase calda dell’ENSO riporta al centro uno dei grandi motori del clima planetario, con effetti attesi tra temperature, piogge, siccità e cicloni fino al 2027
El Niño: perché torna a poter influenzare il clima del globo
El Niño, lo ricordiamo, è la fase calda del ciclo ENSO, la El Niño-Southern Oscillation, un fenomeno climatico naturale che si presenta ogni 2-7 anni nel Pacifico equatoriale. Si riconosce per un anomalo riscaldamento delle acque superficiali nell’Oceano Pacifico centrale e orientale, pari ad almeno +0,5°C per diversi mesi, accompagnato da un indebolimento dei venti alisei.
Quando questo assetto prende forma, cambia la circolazione atmosferica su scala molto ampia. Il centro dell’aria ascendente e delle piogge tende infatti a spostarsi dal Pacifico occidentale, in area indonesiana, verso est, più vicino al Sud America. Da qui nasce la sua capacità di influenzare il clima ben oltre il Pacifico tropicale.
Non si tratta quindi soltanto di un riscaldamento dell’oceano. El Niño agisce come un riarrangiamento del sistema climatico globale, modificando correnti a getto, precipitazioni e temperature su scala planetaria. Quando l’evento è forte, come accadde nel 1982-83, nel 1997-98 o nel 2015-16, può durare da 9 a 18 mesi e lasciare effetti percepibili anche nell’anno successivo.
Temperature più alte e segnali più evidenti su scala globale
Uno degli effetti più noti riguarda le temperature medie del pianeta. El Niño tende a rilasciare calore accumulato nell’oceano e contribuisce a far salire la temperatura superficiale globale. È anche per questo che gli anni segnati da un El Niño forte finiscono spesso per avvicinare o battere record di calore.
Il quadro regionale resta però differenziato. In Nord America, il segnale tipico favorisce un inverno più caldo e secco nel nord degli Stati Uniti e in Canada, mentre il sud degli Stati Uniti, l’area del Golfo e il Sud-est possono sperimentare condizioni più umide e più fresche, con un rischio maggiore di inondazioni.
In Europa e in Italia gli effetti sono in genere più indiretti e meno netti. Il trend più ricorrente porta verso inverni più miti e umidi nell’Europa meridionale, ma con una variabilità marcata. Il contributo più solido resta quello al rialzo termico globale, che può sovrapporsi al riscaldamento antropogenico e rendere più probabili nuovi estremi di temperatura.
Anomalie di caldo possono comparire anche in Alaska, nel nord-ovest del Canada e in alcune aree dell’Asia centrale, mentre altre zone del Pacifico possono mostrare una risposta più fresca. È questa distribuzione irregolare a rendere El Niño un sorvegliato speciale di tutti i centri meteorologici internazionali.
Piogge, siccità e inondazioni: i territori più esposti
Il cuore dinamico del fenomeno sta nello spostamento della cella di Walker, cioè della circolazione tropicale che regola scambi di aria e umidità lungo il Pacifico equatoriale. Quando cambia quella, cambiano anche i grandi equilibri delle precipitazioni.
Le aree che tendono a diventare più umide comprendono il sud degli Stati Uniti, il Perù, l’Ecuador, il Cile settentrionale, l’Africa orientale e alcune isole del Pacifico centrale. In questi zone si notano aumenti nel rischio di piogge intense e di inondazioni.
All’opposto, diverse regioni possono entrare in una fase più secca. Australia, Indonesia, Filippine, Malesia, Thailandia, Sud Africa, India, Amazzonia settentrionale e Brasile nord-orientale sono tra le zone più vulnerabili a siccità e incendi boschivi. In India, in particolare, El Niño è spesso associato a monsoni più deboli e a crisi idriche rilevanti. In Australia, invece, il fenomeno può aumentare il rischio di bushfire di grande impatto.
Uragani e cicloni tropicali: cosa può cambiare nel 2026
El Niño modifica anche la distribuzione dell’attività ciclonica tropicale. Nell’Atlantico il segnale prevalente è una riduzione del numero e dell’intensità degli uragani, perché cresce il wind shear verticale, un fattore che tende a ostacolare lo sviluppo dei sistemi tropicali. Se il fenomeno dovesse consolidarsi nel corso del 2026, la stagione atlantica potrebbe risultare più tranquilla della media.
Nel Pacifico centrale e orientale, invece, la situazione tende a capovolgersi. Qui El Niño favorisce un aumento dell’attività ciclonica nella fascia equatoriale, con più tifoni e cicloni in diversi bacini del Pacifico. Anche il Pacifico nord-occidentale e quello meridionale possono mostrare una frequenza più alta di sistemi tropicali.
Agricoltura, pesca, salute ed economia: gli impatti che vanno oltre il meteo
Gli effetti non si fermano alla carta meteorologica. In agricoltura, la siccità in Asia sud-orientale, Australia e India può ridurre i raccolti di riso, grano e mais, spingendo verso l’alto i prezzi alimentari globali. In Sud America, al contrario, le piogge eccessive possono danneggiare le colture in alcune aree, pur portando benefici locali in altre.
Anche la pesca risente in modo diretto del fenomeno. Lungo le coste di Perù ed Ecuador, il blocco dell’upwelling di acque fredde e ricche di nutrienti può provocare il collasso delle anchovete, con conseguenze pesanti per l’industria ittica. Nel Pacifico, marine heatwave più frequenti possono inoltre danneggiare coralli, plancton e popolazioni ittiche.
Sul piano sanitario, le aree più umide possono diventare più favorevoli alla diffusione di malattie trasmesse da zanzare, come dengue, malaria e Zika. In parallelo, gli incendi alimentati dalla siccità possono aggravare i problemi respiratori, soprattutto in Australia e Indonesia. Nelle regioni più fragili, scarsità d’acqua e calo della produzione agricola possono amplificare difficoltà già presenti.
Le ripercussioni economiche sono ampie. Eventi forti del passato hanno lasciato perdite stimate in miliardi, e in alcuni bilanci di lungo periodo anche in trilioni di dollari di PIL globale. Prezzi delle commodity, inflazione alimentare, energia idroelettrica, turismo e trasporti possono subire contraccolpi significativi. I Paesi più vulnerabili restano quelli maggiormente dipendenti da agricoltura e pesca.
Il forecast 2026 e gli scenari verso il 2027
Nel quadro del forecast 2026, la proiezione indicata ed aggiornata è quello di una probabilità del 62% che El Niño si sviluppi tra giugno e agosto 2026 e persista almeno fino alla fine dell’anno, con la possibilità, valutata come non marginale, di un evento molto intenso.
Se questa ipotesi verrà confermata, la transizione dovrebbe farsi più visibile tra estate e autunno 2026, mentre gli effetti più riconoscibili potrebbero emergere soprattutto tra l’autunno e l’inverno boreale. In questo scenario, gli uragani atlantici potrebbero restare sotto media, mentre il sud degli Stati Uniti e il Perù avrebbero un rischio più elevato di piogge intense. Australia e Asia sud-orientale resterebbero invece esposte a siccità e incendi. Sullo sfondo, le temperature globali potrebbero tornare su valori da record o vicini ai record.
Non tutti gli eventi di El Niño, però, si comportano allo stesso modo. Alcuni assumono una configurazione Eastern Pacific, in genere più incisiva, altri una configurazione Central Pacific, con pattern diversi e impatti meno lineari. Conta quindi non solo la presenza del fenomeno, ma anche la sua intensità e la sua struttura.
Un evento climatico da seguire con attenzione
El Niño resta uno dei principali regolatori della variabilità climatica globale. Può portare piogge dove manca l’acqua, ma più spesso espone vaste aree del pianeta a estremi meteorologici, perdite economiche e squilibri in settori già sensibili. Per questo il suo eventuale sviluppo nel 2026 viene seguito con attenzione: non come un episodio isolato, ma come un tassello capace di ridisegnare il quadro climatico fino al 2027. Torneremo a darvi ulteriori informazioni mano a mano che la visione sarà più nitida.
Fonte e analisi
Valutazioni basate su osservazioni locali, radar e modelli previsionali.
Per la modellistica: ECMWF GFS AROME ARPEGE WRF Modellazione insourcing
MeteoToscana.it
