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Clima, perché gli incendi in Siberia preoccupano ben oltre le foreste che bruciano

Quando una foresta brucia vediamo alberi in fiamme e colonne di fumo. In Siberia, però, una parte decisiva del problema può trovarsi sotto gli alberi: nei suoli organici, nelle torbiere e nei terreni interessati dal permafrost sono conservate enormi quantità di carbonio accumulate durante periodi molto più lunghi della vita di una singola foresta.
Gli incendi sono rimasti presenti anche alla fine dell’estate 2026. Tra il 5 e l’8 settembre il monitoraggio satellitare di Roshydromet rilevava focolai in numerose regioni della Siberia, comprese le aree di Tomsk, Omsk, Novosibirsk e Irkutsk, il territorio di Krasnoyarsk e i distretti autonomi di Khanty-Mansi e Yamalo-Nenets. In alcune zone le temperature elevate e il tempo asciutto associato a condizioni anticicloniche favorivano una maggiore attività degli incendi.
Ma osservare molti incendi non significa automaticamente poter dichiarare che tutta la foresta siberiana sia diventata una fonte netta di carbonio. La realtà è più complessa e, proprio per questo, più importante: la capacità della vegetazione di assorbire CO₂ si confronta con perdite provocate dal fuoco, dalla respirazione degli ecosistemi e dalle trasformazioni dei terreni ricchi di carbonio.

Il tesoro di carbonio nascosto sotto la taiga

Per capire perché un incendio alle alte latitudini può avere conseguenze particolari bisogna dimenticare per un momento le chiome degli alberi e guardare verso il basso.
Nelle regioni artiche e subartiche enormi quantità di materia organica sono rimaste conservate nei suoli e nel permafrost. Le stime considerate dalla NOAA indicano complessivamente almeno 1.400-1.600 miliardi di tonnellate di carbonio nei suoli e nel permafrost delle regioni settentrionali. Si tratta di carbonio derivato da vegetazione e altri organismi accumulatosi per centinaia o migliaia di anni.
Finché rimane immagazzinato nel terreno, quel carbonio non contribuisce direttamente alla concentrazione atmosferica di gas serra. Il riscaldamento del suolo, il disgelo e gli incendi possono però modificare questo equilibrio.
Il fuoco diventa particolarmente rilevante quando non consuma soltanto la vegetazione superficiale ma raggiunge gli strati organici. In quel caso viene liberato carbonio che non appartiene semplicemente agli alberi cresciuti negli ultimi decenni, ma a depositi molto più antichi. (l’immagine che accompagna questo articolo è una rappresentazione AI).

Gli incendi di torba pesano molto più della superficie che occupano

Uno studio pubblicato nel marzo 2026 su Science Advances ha ricostruito con dati satellitari ad alta risoluzione gli incendi avvenuti nella Siberia settentrionale tra il 2001 e il 2023. I ricercatori hanno calcolato complessivamente 107,57 milioni di ettari interessati dal fuoco nel periodo analizzato.
Il risultato più interessante riguarda le torbiere. Gli incendi nelle aree dominate dalla torba hanno rappresentato fino a circa un terzo della superficie bruciata e hanno liberato 1,24 ± 0,06 petagrammi di carbonio. Considerando tutti gli incendi analizzati, le emissioni stimate raggiungono 3,69 ± 0,15 petagrammi: anche dal punto di vista delle emissioni, quindi, la componente legata alla torba pesa per circa un terzo.
C’è una ragione fisica. La torba è formata da materiale vegetale parzialmente decomposto accumulatosi lentamente. Se le condizioni diventano sufficientemente asciutte, il fuoco può penetrare nel terreno e continuare a consumare questo materiale anche attraverso una combustione lenta.
Lo stesso studio trova una forte sensibilità degli incendi di torba alle estati eccezionalmente calde e secche. Questo rende particolarmente delicato il rapporto tra aumento delle temperature, disponibilità di umidità nel terreno e grandi stagioni degli incendi.

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A est incendi, a ovest zone umide: le due Siberie del metano

Un’altra parte della storia riguarda il metano. Una ricerca pubblicata su Science nell’agosto 2026 ha analizzato le emissioni durante la stagione vegetativa dal 2010 al 2023 utilizzando osservazioni atmosferiche, dati satellitari e modellistica.
Il risultato è notevole: le emissioni siberiane della stagione vegetativa sono aumentate di 12,0 ± 1,9 teragrammi di metano nel periodo considerato, con un incremento di circa il 5% annuo. Rispetto all’inizio della serie, risultano più che raddoppiate.
Ma l’aumento non avviene nello stesso modo ovunque.
Nella Siberia orientale condizioni più calde e secche favoriscono gli incendi. I ricercatori quantificano qui una crescita della componente associata al fuoco di 0,7 ± 0,1 Tg CH₄ per anno quadrato. Nella Siberia occidentale condizioni più umide favoriscono invece la produzione di metano delle zone umide, con una crescita stimata di 0,4 ± 0,1 Tg CH₄ per anno quadrato.
Questa distinzione è fondamentale perché impedisce una conclusione troppo semplice: non tutto il metano osservato sulla Siberia può essere attribuito direttamente al permafrost. Il disgelo può rendere disponibile carbonio alla decomposizione microbica e gli incendi possono favorire ulteriori trasformazioni del terreno, ma le sorgenti di metano sono molteplici e dipendono anche dall’umidità, dalle zone umide e dalla combustione.

Una foresta può assorbire CO₂ e perdere carbonio nello stesso momento

Qui nasce l’aspetto apparentemente contraddittorio. Se gli incendi emettono carbonio, possiamo dire che la taiga siberiana non sia più un pozzo?
Non necessariamente.
Gli alberi continuano ad assorbire anidride carbonica attraverso la fotosintesi. Contemporaneamente piante, microrganismi e decomposizione restituiscono CO₂ all’atmosfera, mentre gli incendi producono emissioni rapide e possono consumare anche il carbonio immagazzinato nel terreno. Stabilire se una regione sia complessivamente un pozzo o una fonte richiede quindi di fare il bilancio tra flussi molto grandi e di segno opposto.
Una ricerca pubblicata su Nature Geoscience ha stimato che tra 2010 e 2019 le foreste siberiane fossero vicine alla neutralità, ma ancora un piccolo pozzo di carbonio, circa 0,02 petagrammi di carbonio all’anno. Le perdite di biomassa viva associate soprattutto a incendi e siccità compensavano però una parte considerevole dell’accumulo.
Su una scala geografica ancora più ampia emerge lo stesso problema. Uno studio dedicato alla zona artico-boreale ha trovato che nel periodo 2001-2020 oltre il 30% dell’area analizzata funzionava già come fonte netta di CO₂. Considerando le emissioni degli incendi, la crescita dell’assorbimento complessivo non risultava più statisticamente significativa e la regione del permafrost risultava sostanzialmente neutra per la CO₂.
La NOAA sintetizza il quadro in modo altrettanto utile: la regione boreale nel suo complesso rimane un pozzo di CO₂, mentre la tundra artica è passata mediamente a fonte quando vengono considerate anche le emissioni degli incendi. Parlare dell’intera Siberia come di un territorio che ha già smesso di assorbire carbonio sarebbe quindi prematuro.

Perché gli incendi possono modificare l’equilibrio per molti anni

Dopo un incendio la vegetazione può ricrescere e tornare progressivamente ad assorbire parte della CO₂ emessa. Nelle foreste boreali questo recupero può richiedere decenni.
Il problema nasce quando gli incendi diventano più frequenti o severi. Una nuova combustione può arrivare prima che l’ecosistema abbia recuperato il carbonio perduto in quella precedente; inoltre, quando vengono coinvolti gli strati organici profondi, il recupero diventa ancora più difficile.
C’è poi il rapporto con il permafrost. La perdita della vegetazione e dello strato organico che isola il terreno può favorire un maggiore riscaldamento del suolo. Il disgelo rende una parte della materia organica precedentemente congelata disponibile ai microrganismi, che durante la decomposizione possono produrre CO₂ o metano a seconda delle condizioni ambientali.
Si crea così un meccanismo capace di proseguire anche quando le fiamme sono scomparse: il fuoco libera immediatamente carbonio, modifica la superficie e può influenzare successivamente il comportamento termico e biologico del terreno.

Il dato che rende la Siberia importante anche per il resto del pianeta

Lo studio pubblicato su Science offre infine una prospettiva sul futuro. Gli autori stimano che, in condizioni di forti emissioni globali, l’aumento delle emissioni siberiane di metano entro il 2050 potrebbe compensare circa il 20% della riduzione antropica globale di CH₄ richiesta dagli obiettivi climatici considerati nella ricerca.
È una proiezione, non ciò che sappiamo già accadrà. Dipende dal riscaldamento futuro, dalle condizioni idrologiche, dagli incendi e dalla traiettoria delle emissioni globali. Il risultato permette però di comprendere perché questi processi siano osservati con tanta attenzione.
La Siberia non deve necessariamente trasformarsi tutta e contemporaneamente da pozzo a fonte perché il problema diventi rilevante. Basta che incendi e trasformazioni del terreno sottraggano progressivamente una parte della capacità degli ecosistemi di trattenere carbonio.
È questa la caratteristica meno evidente degli incendi siberiani del 2026. Le fiamme osservate dai satelliti sono la componente più visibile, ma sotto la taiga esiste un’enorme riserva di carbonio costruita durante migliaia di anni. Capire quanto di quella riserva resterà nel terreno è una delle questioni decisive per conoscere l’evoluzione futura del clima.

Fonti scientifiche

Zhu S. et al. (2026), Decadal doubling of Siberian methane emissions due to warming-induced fires and methanogenesis, Science. DOI: 10.1126/science.aea5828.
Khairoun A. et al. (2026), Peat fires contribute disproportionately to Siberian fire carbon emissions, Science Advances. DOI: 10.1126/sciadv.adl2368.
Schepaschenko D. et al. (2023), Siberian carbon sink reduced by forest disturbances, Nature Geoscience. DOI: 10.1038/s41561-022-01087-x.
Virkkala A.-M. et al. (2025), Wildfires offset the increasing but spatially heterogeneous Arctic–boreal CO₂ uptake, Nature Climate Change. DOI: 10.1038/s41558-024-02234-5.
Dati e monitoraggio degli incendi 2026: Roshydromet e NASA FIRMS.

Analisi e fonti
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