HomeMeteoInverno 2026-2027, aggiornamenti Italia: mite e interlocutorio per le piogge?

Inverno 2026-2027, aggiornamenti Italia: mite e interlocutorio per le piogge?

L’Europa è quasi completamente colorata di rosso quando ECMWF propone una valutazione sulla temperatura dell’inverno 2026-2027. Alle precipitazioni accade qualcosa di molto diverso: arrivando sul Mediterraneo, e in particolare sull’Italia, gran parte dei colori scompare. Quel bianco potrebbe sembrare poco interessante. In realtà è probabilmente il dettaglio più utile delle nuove elaborazioni stagionali per dicembre, gennaio e febbraio. Non significa automaticamente “piogge nella media” e non permette nemmeno di concludere che l’inverno sarà asciutto. Indica piuttosto che, mentre sulla temperatura molti membri dell’ensemble prendono una direzione abbastanza riconoscibile, sulle precipitazioni italiane non emerge ancora una preferenza altrettanto forte. Questa differenza, più che il rosso diffuso delle anomalie termiche sull’Europa, evidenzia dove si trova oggi la maggiore incertezza sull’inverno italiano.

Quel bianco sull’Italia non significa quello che sembra

La prima cosa da osservare è la legenda della carta ECMWF delle precipitazioni. I colori verdi rappresentano probabilità crescenti di appartenere al tercile superiore, quindi al terzo più piovoso della climatologia utilizzata dal modello. Gialli e marroni indicano invece una maggiore probabilità di finire nel tercile inferiore, quello più asciutto. Tra i due compare il bianco. Ma ECMWF non lo definisce “normal”: nella legenda è indicato semplicemente come “other”. È una differenza decisiva. In queste elaborazioni la distribuzione climatologica viene suddivisa in tre categorie e vengono evidenziate le zone nelle quali una delle categorie esterne raggiunge una probabilità abbastanza elevata. Se questo non accade, il punto può rimanere bianco. Guardando l’Italia, quindi, non possiamo tradurre quel colore con “inverno normale”. Possiamo dire qualcosa di più prudente ma meteorologicamente molto più interessante: al momento il modello non mostra una preferenza sufficientemente marcata verso un trimestre particolarmente piovoso o particolarmente asciutto.

Poi si guarda la temperatura e l’Europa cambia completamente aspetto

La carta della temperatura a 850 hPa è quasi l’opposto. Dalla Penisola Iberica all’Italia, dall’Europa centrale fino a buona parte di quella orientale, prevalgono nettamente i colori associati al tercile superiore. In diversi settori la probabilità supera il 60% e localmente sale ulteriormente. Il livello di 850 hPa, collocato mediamente attorno a 1.500 metri, permette di osservare bene le caratteristiche termiche delle masse d’aria senza essere troppo condizionato dalle oscillazioni locali che avvengono vicino al terreno. Questo non significa conoscere oggi la temperatura che farà a Milano o Roma a gennaio. Non significa neppure che ogni settimana invernale sarà mite. Dice però che, nella media di dicembre, gennaio e febbraio, l’ensemble ECMWF mostra una preferenza termica molto più netta rispetto a quella osservata nelle precipitazioni. Ed è difficile non notare il contrasto: sull’Europa il caldo ha un’impronta geografica estesa, la pioggia no.

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C’è un motivo per cui le due cose possono separarsi

Un inverno mediamente mite e un inverno molto piovoso non sono la stessa previsione. Per avere temperature elevate rispetto alla climatologia possono bastare masse d’aria prevalentemente miti, correnti occidentali, richiami meridionali oppure periodi frequenti con geopotenziali elevati. Per aumentare realmente le precipitazioni italiane serve invece una combinazione molto più precisa: le depressioni devono raggiungere latitudini favorevoli, richiamare umidità verso il Mediterraneo e ripetere questa disposizione abbastanza spesso durante il trimestre. La carta del geopotenziale a 500 hPa aggiunge così un tassello importante. Gran parte del Mediterraneo presenta una forte probabilità di valori appartenenti al tercile superiore. Su una media stagionale suggerisce che le altezze geopotenziali elevate potrebbero avere un peso considerevole alle nostre latitudini. Contemporaneamente, le probabilità più evidenti di precipitazioni superiori alla climatologia si organizzano soprattutto più a nord, dall’Europa centrale verso quella settentrionale e orientale.

Il punto decisivo è pochi gradi di latitudine più a nord

Per capire quanto questa disposizione sia importante basta immaginare due inverni entrambi miti. Nel primo, le depressioni atlantiche attraversano frequentemente Francia, Mediterraneo occidentale e Italia: le temperature possono restare elevate, ma arrivano anche numerose precipitazioni. Nel secondo, il flusso perturbato corre più spesso dalle Isole Britanniche verso il Centro-Nord Europa: anche in questo caso sul Mediterraneo possono prevalere masse d’aria miti, ma molte perturbazioni transitano troppo a nord per produrre piogge frequenti sulla Penisola. La differenza fra queste due evoluzioni può dipendere da spostamenti relativamente modesti del flusso atlantico. Una proiezione inizializzata il 1° agosto non può ancora determinare a mesi di distanza quale sarà effettivamente l’evoliuzione.

Cosa ci dice El Niño: non è più soltanto una possibilità per il prossimo inverno

Durante l’estate il Pacifico equatoriale ha accelerato l’incremento termico rapidamente. A luglio l’indice Niño 3.4 aveva raggiunto +1,4 °C, mentre nella regione Niño 1+2 l’anomalia era arrivata a +2,9 °C. Nella valutazione NOAA del 13 agosto El Niño viene definito in rafforzamento, con una probabilità superiore al 90% di raggiungere una categoria molto forte durante l’autunno e l’inverno dell’emisfero settentrionale. L’elemento più notevole riguarda però l’intensità possibile al culmine dell’evento. Per ottobre-novembre-dicembre la previsione ufficiale attribuisce il 69% di probabilità a un RONI di almeno +2,5 °C. Per dicembre-gennaio-febbraio la mediana prevista è circa +2,23 °C e la probabilità di rimanere sopra +2 °C è del 70%. Quello che spesso viene chiamato “Super El Niño” ha quindi oggi basi molto più concrete rispetto a qualche mese fa. Ma intensità dell’ENSO e intensità delle conseguenze locali non sono equivalenti. Un Pacifico eccezionalmente caldo aumenta la possibilità che alcune risposte atmosferiche tipiche di El Niño emergano con maggiore chiarezza; non stabilisce però quale tempo farà in Italia durante gennaio.

Sul Nord America l’impronta è molto più riconoscibile

Il confronto con il Nord America aiuta a capire perché El Niño attiri tanta attenzione. Gli outlook ufficiali NOAA per il cuore dell’inverno favoriscono temperature superiori alla climatologia lungo gran parte della fascia settentrionale degli Stati Uniti, dal Pacific Northwest verso il Nord-Est. Più a sud il quadro cambia: sul Sud-Est le tendenze calde recenti e la risposta tipica di El Niño agiscono in direzioni opposte, lasciando maggiori probabilità di temperature prossime alla climatologia. Ancora più interessante è la distribuzione delle precipitazioni. Con l’avanzare dell’inverno aumentano le probabilità di apporti superiori alla media lungo parte della fascia meridionale, sulla California e verso la costa orientale. È una configurazione coerente con l’influenza di un forte El Niño orientale sul getto subtropicale. Da qui nasce anche l’attenzione sulla neve negli Stati Uniti. Dove precipitazioni più frequenti riusciranno a sovrapporsi ad aria sufficientemente fredda, potranno verificarsi episodi nevosi importanti anche su aree centrali e orientali. Non è però possibile trasformare oggi questa predisposizione in una previsione del totale stagionale di neve: temperatura e traiettoria delle depressioni durante i singoli eventi resteranno decisive.

Il Vortice Polare è la variabile che può rendere l’inverno meno lineare

C’è poi un elemento che non può essere letto direttamente dalle temperature europee a 850 hPa: la stratosfera. Gli inverni caratterizzati da El Niño mostrano statisticamente una maggiore predisposizione verso un Vortice Polare stratosferico mediamente più debole e caldo. Diversi studi hanno individuato un collegamento fra El Niño, maggiore attività delle onde planetarie e variazioni della circolazione stratosferica. In alcune stagioni questo può favorire riscaldamenti stratosferici improvvisi e successivamente modificare la circolazione anche nella troposfera. Attenzione: un forte El Niño non provocherà necessariamente un indebolimento del Vortice Polare tra dicembre e gennaio, né tantomeno che da questo deriverà automaticamente freddo sull’Italia. Gli eventi stratosferici importanti dipendono da processi atmosferici che acquistano prevedibilità soprattutto a distanze temporali molto inferiori. Il punto interessante è un altro: una stagione con temperatura media superiore alla climatologia può comunque contenere periodi nei quali la circolazione cambia rapidamente e l’aria artica riesce a scendere verso le medie latitudini. La ricerca mostra inoltre che dopo importanti riscaldamenti stratosferici aumenta la probabilità di irruzioni fredde su Eurasia e Nord America, ma posizione e intensità restano fortemente variabili.

Le prossime verifiche saranno più importanti della temperatura media

A settembre e ottobre avremo tre elementi da confrontare. Il primo sarà l’intensità reale di El Niño e la sua distribuzione lungo il Pacifico equatoriale. Il secondo riguarderà l’Atlantico e la disposizione del geopotenziale europeo, per capire se continueranno a essere favoriti valori elevati sul Mediterraneo. Il terzo arriverà più avanti e riguarderà la stratosfera: forza dei venti zonali a 10 hPa, propagazione delle onde planetarie e struttura del Vortice Polare. Solo avvicinandoci all’inverno questi elementi potranno dirci se la forte mitezza presente nelle proiezioni stagionali avrà una circolazione prevalentemente occidentale oppure se aumenterà la possibilità di interruzioni più fredde. A fine agosto la conclusione più interessante non è quindi semplicemente “inverno mite”. È che stiamo entrando verso la stagione fredda con un Pacifico potenzialmente eccezionale, una risposta nordamericana già relativamente riconoscibile e un’Europa nella quale il ruolo dell’Atlantico e della stratosfera può ancora rendere l’evoluzione molto meno lineare.

Analisi e fonti
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