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El Niño 2026 contro 1982, 1997 e 2015: oggi il Pacifico parte già più caldo

Quattro fotografie dell’oceano, scattate idealmente nello stesso giorno dell’anno, raccontano più di quanto sembri. Nel 1982, nel 1997 e nel 2015 il grande riscaldamento del Pacifico equatoriale emergeva con grande evidenza. Nel 2026 quella fascia calda è di nuovo presente, ma intorno c’è qualcosa di diverso: vaste porzioni degli oceani mostrano temperature superiori alle rispettive medie. È questo il particolare che rende difficile confrontare l’El Niño attuale con quelli del passato usando soltanto i colori. Non conta soltanto quanto è caldo il Pacifico equatoriale. Conta anche il livello termico dal quale parte l’intero sistema.

Il 2026 non sta ripetendo semplicemente il 1997 o il 2015

Gli eventi del 1982-83, 1997-98 e 2015-16 sono i grandi riferimenti moderni quando si parla di El Niño molto intenso. È naturale quindi utilizzarli per capire che cosa potrebbe accadere nei prossimi mesi. Il confronto, però, ha un limite importante. Nel frattempo il pianeta si è riscaldato e anche gli oceani trattengono una quantità maggiore di calore.
Nella grafica del 26 agosto questa differenza appare immediatamente. Nel 1982 spiccano ancora numerose zone oceaniche più fredde della media. Nel 2026 le tonalità calde risultano molto più diffuse in diversi bacini. Questo non dimostra da solo che l’El Niño attuale sia già più forte dei precedenti. Dice qualcosa di diverso e forse più importante: lo stesso fenomeno naturale sta crescendo oggi dentro condizioni climatiche diverse.
È come confrontare due giornate di forte caldo partendo da due temperature mattutine differenti. L’aumento durante il giorno può essere simile, ma se una delle due giornate parte già da valori più elevati, il risultato finale cambia.

El Niño aggiunge calore a un oceano che ne contiene già molto

El Niño nasce quando il Pacifico tropicale centrale e orientale diventa insolitamente caldo e cambiano anche venti e precipitazioni lungo la fascia equatoriale. Questo processo riesce poi a influenzare la circolazione atmosferica in numerose parti del pianeta.
Nel 2026 il fenomeno si sta rafforzando rapidamente. NOAA ha comunicato il 13 agosto che le temperature del Pacifico equatoriale orientale superavano localmente di oltre 2 °C i valori normali e assegna più del 90% di probabilità a un evento molto forte durante l’autunno e l’inverno dell’emisfero settentrionale.
Il punto, tuttavia, non è soltanto quel numero. Un oceano mediamente più caldo può fornire più vapore acqueo all’atmosfera. Un’atmosfera più calda, a sua volta, può contenere più umidità. Quando poi arrivano le condizioni adatte a produrre piogge intense, quell’umidità aggiuntiva può aumentare la quantità d’acqua disponibile.
Per questo un El Niño del 2026 non deve necessariamente produrre gli stessi effetti di un El Niño apparentemente simile di trent’anni fa.

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Perché NOAA ha dovuto cambiare perfino il modo di fare il confronto

C’è un particolare molto interessante che può essere spiegato senza entrare nei tecnicismi. NOAA ha recentemente adottato un indice che cerca di distinguere il riscaldamento specifico legato a El Niño dal riscaldamento più generale dei tropici.
In pratica gli scienziati si sono posti un problema: se tutta la fascia tropicale diventa progressivamente più calda, come facciamo a capire quanta parte del calore osservato nel Pacifico appartenga davvero a El Niño?
Il nuovo metodo confronta quindi maggiormente il Pacifico equatoriale con ciò che sta accadendo contemporaneamente negli altri mari tropicali. Ed è interessante che, anche dopo questa correzione, le previsioni NOAA continuino a indicare per il 2026 un evento potenzialmente eccezionale. Per ottobre-dicembre viene stimata una probabilità del 69% di raggiungere un’intensità superiore a quella dei precedenti eventi presenti nella serie utilizzata dal centro americano.
Questa è probabilmente l’informazione più importante: il calore globale non spiega da solo quanto sta accadendo nel Pacifico. El Niño è realmente molto intenso, ma contemporaneamente sta agendo su una base climatica più calda.

Perché questo può rendere alcuni effetti più pesanti

Un El Niño forte modifica la distribuzione delle piogge e delle zone secche in diverse parti del mondo. Alcune regioni tendono a ricevere precipitazioni più abbondanti, altre possono andare incontro a siccità più persistenti. Cambiano inoltre alcune caratteristiche della circolazione atmosferica tropicale e delle correnti a getto.
La World Meteorological Organization sottolinea che il riscaldamento di oceano e atmosfera può amplificare alcuni effetti associati a El Niño perché aumenta l’energia e l’umidità disponibili per episodi di caldo intenso e precipitazioni molto abbondanti.
Ciò non significa che ogni alluvione, siccità o ondata di calore dei prossimi mesi sarà provocata da El Niño. Sarebbe una semplificazione sbagliata. Significa invece che il fenomeno naturale entra in contatto con un sistema climatico che oggi può fornire più calore e, in determinate situazioni, più vapore acqueo.
Dunque il confronto con il 1982 o con il 1997 diventa meno immediato.

Anche i coralli raccontano che gli ultimi decenni sono particolari

Una ricerca pubblicata su Science il 27 agosto aggiunge un elemento molto interessante. Gli studiosi hanno utilizzato coralli delle Galápagos per ricostruire la variabilità di El Niño nel Pacifico orientale su un periodo molto più lungo di quello coperto dalle moderne osservazioni strumentali.
Il risultato indica che la variabilità osservata nell’epoca recente è notevolmente superiore a quella ricostruita durante gran parte dell’ultimo millennio preindustriale. Lo studio non permette di stabilire come sarà ogni singolo El Niño futuro, ma suggerisce che ciò che stiamo osservando negli ultimi decenni merita di essere considerato in una prospettiva storica molto più ampia.
È una ricerca particolarmente interessante proprio mentre il Pacifico del 2026 sta sviluppando uno degli eventi più intensi dell’epoca moderna.

E per l’Italia?

Qui serve prudenza. Un El Niño eccezionale non permette di sapere oggi se gennaio sarà piovoso, mite, freddo o nevoso in Italia. La distanza dal Pacifico è enorme e tra quel riscaldamento e il Mediterraneo intervengono Atlantico, correnti a getto, blocchi atmosferici e circolazione stratosferica.
Anche NOAA ricorda che un El Niño più intenso aumenta la possibilità che alcuni effetti tipici diventino riconoscibili, ma non garantisce il risultato in una determinata regione.
Per questo il dato più interessante del 2026 non è una previsione diretta per l’Italia. È il contesto globale nel quale ci stiamo avvicinando ai mesi di massima intensità del fenomeno.
Il 1982, il 1997 e il 2015 rimangono confronti fondamentali. Ma il 2026 aggiunge una condizione che nessuno di quei precedenti possedeva nella stessa misura: un El Niño molto forte che cresce sopra oceani già eccezionalmente caldi.
Guardando la grafica del 26 agosto, quindi, il particolare da osservare non è soltanto la fascia rossa lungo l’Equatore. È tutto il resto dell’oceano che la circonda.

Analisi e fonti
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