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Il Mediterraneo ha toccato 33,02 °C: il dato più interessante è dove si trovava il termometro

Tre metri. È questa la misura da ricordare insieme ai 33,02 °C registrati il 5 agosto dalla boa di Dragonera, nelle Baleari. Il valore termico ha attirato inevitabilmente l’attenzione, ma la posizione del sensore racconta qualcosa che il numero, da solo, non mostra: non stava misurando una sottilissima pellicola d’acqua riscaldata dal Sole. Nelle boe oceanografiche offshore della rete spagnola il termometro dell’acqua si trova infatti a circa tre metri sotto il livello del mare.

Questo non significa che il Mediterraneo fosse a 33 °C fino a tre metri ovunque, né che la stessa temperatura proseguisse ancora più in profondità. Dragonera è un punto di misura. Significa però che, per interpretare correttamente un record marino, bisogna fare una domanda che raramente accompagna le mappe colorate dell’estate: quanto è profondo lo strato caldo?

I 33 °C non descrivono tutto il Mediterraneo

Un massimo misurato da una boa e la temperatura media di un intero bacino sono informazioni molto diverse. Il primo individua un estremo locale; la seconda permette di capire quanto il caldo sia diffuso.

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Per luglio 2026 abbiamo ormai anche questo secondo dato. Il bollettino di Mercator Ocean International basato sui prodotti Copernicus Marine indica per il Mediterraneo una temperatura superficiale media mensile di 27,07 ± 0,27 °C, superiore ai 26,68 °C del luglio 2025 e la più alta per un luglio nella serie considerata dal 1993. Inoltre il 94% della superficie del bacino ha chiuso il mese sopra la climatologia.

Ancora più indicativa è l’estensione delle ondate di calore marine. Durante luglio il 79% del Mediterraneo è stato interessato per almeno un giorno da condizioni classificate come forti o superiori: anche questo è il valore più elevato della serie per il mese di luglio.

Quindi il caldo non può essere ridotto al termometro di Dragonera. Quel 33,02 °C rappresenta l’estremo di una situazione molto più ampia, ma non deve neppure essere trasformato nella “temperatura del Mediterraneo”. Tra le due informazioni c’è una differenza fondamentale di scala.

Per sapere quanto calore contiene il mare serve la terza dimensione

Supponiamo che due zone del Mediterraneo abbiano entrambe 29 °C vicino alla superficie. Nel primo caso, però, l’acqua molto calda occupa soltanto pochi metri e sotto troviamo rapidamente temperature inferiori. Nel secondo il riscaldamento interessa uno strato spesso alcune decine di metri.

La carta della temperatura superficiale potrebbe mostrare colori quasi identici. La quantità di energia termica immagazzinata non sarebbe affatto la stessa.

È qui che entra in gioco la struttura verticale della colonna d’acqua. In estate il forte riscaldamento superficiale favorisce la stratificazione: gli strati superiori diventano molto caldi mentre più sotto rimane acqua relativamente più fresca. Tra le due zone si sviluppa la termoclina, cioè la fascia nella quale la temperatura diminuisce rapidamente aumentando la profondità.

Posizione e intensità della termoclina non sono uguali in tutto il Mediterraneo. Dipendono dalla storia meteorologica precedente, dal vento, dalle correnti e dal mescolamento. Per questa ragione una temperatura osservata vicino alla superficie non può essere estesa automaticamente ai primi 20, 30 o 40 metri.

Sappiamo che il caldo può raggiungere decine di metri

Le osservazioni effettuate nei mari italiani mostrano comunque che il riscaldamento non rimane sempre confinato agli strati più superficiali.

Il progetto Mare Caldo ha analizzato nel 2025 quattordici stazioni italiane attraverso termometri subacquei e monitoraggi periodici. In alcune aree sono state osservate temperature fino a circa 25 °C tra 30 e 40 metri di profondità. Il rapporto attribuisce parte della redistribuzione verticale del calore al mescolamento della colonna d’acqua indotto dal vento.

La precisazione temporale e geografica è essenziale. Sono misure del 2025 effettuate in specifiche stazioni italiane. Non dimostrano che nell’agosto 2026 tutto il Mediterraneo presenti la stessa struttura termica fino a 40 metri.

Dimostrano però perché guardare soltanto la superficie può essere insufficiente. La ricerca sul Mediterraneo mostra inoltre una modifica di lungo periodo della struttura verticale. Un’analisi dedicata alla profondità dello strato mescolato tra il 1990 e il 2019 ha individuato una tendenza all’assottigliamento di circa 0,5-0,6 metri per decennio, coerente con una maggiore stratificazione legata al riscaldamento superficiale e ai cambiamenti delle proprietà delle acque sottostanti.

Il mare, quindi, non è un recipiente nel quale la temperatura diminuisce allo stesso modo ovunque. È una struttura tridimensionale in continua evoluzione.

Perché non possiamo ricavare gli zettajoule da una carta superficiale

La tentazione è comprensibile. Conosciamo l’estensione del Mediterraneo, conosciamo il calore specifico dell’acqua e abbiamo un’anomalia termica. Sembrerebbe sufficiente moltiplicare questi elementi e trasformare il risultato in una quantità enorme di energia.

Manca però una variabile decisiva: come varia realmente l’anomalia con la profondità.

Se applicassimo lo scarto misurato in superficie uniformemente ai primi 20 o 40 metri, introdurremmo un’ipotesi che i dati superficiali non dimostrano. Se invece prendessimo le temperature osservate a 30-40 metri in alcune località italiane e le estendessimo all’intero Mediterraneo, trasformeremmo osservazioni locali in una caratteristica di tutto il bacino.

Per calcolare seriamente il contenuto termico servono profili verticali di temperatura, osservazioni in situ e analisi oceanografiche tridimensionali. Bisogna sapere non soltanto quanti gradi misura l’acqua, ma dove si trova quell’acqua e quanto è spesso lo strato interessato.

È la differenza tra misurare una temperatura e misurare una riserva di calore.

Adesso il dato da cercare non è un altro record

Il Mediterraneo ci ha già dato due informazioni molto forti. La prima è locale: a Dragonera è stato segnalato un valore di 33,02 °C e il sensore della rete offshore si trova a circa tre metri sotto il livello del mare. La seconda riguarda l’intero bacino: luglio 2026 ha raggiunto una temperatura media di superficie di 27,07 °C e il caldo anomalo ha interessato quasi tutta la sua superficie.

Ora manca la parte verticale.

Un temporaneo raffreddamento della superficie nelle prossime settimane non ci dirà necessariamente quanto calore sarà rimasto negli strati sottostanti. Allo stesso modo, un nuovo massimo superficiale non ci dirà automaticamente che la quantità totale di energia sia aumentata nella stessa proporzione.

Per capire davvero quanto sia eccezionale l’estate marina del 2026 bisognerà quindi seguire non soltanto il prossimo numero mostrato da una boa o da una carta satellitare.

Bisognerà guardare verso il basso, in profondità. Questo calcolo, ancora non facilmente praticabile, potrebbe suggerire effetti importanti sul clima dovuti alla riserva calda rappresentata dalle calde acque mediterranee (e non solo). In conclusione quindi non possiamo ancora quantificare in modo preciso quanto calore si stia immagazzinando nelle acque marine a seguito delle forti ondate di calore che si stanno susseguendo sul Mediterraneo. Riteniamo comunque ragionevole poter considerare questa riserva energetica, importante nell’evoluzione meteorologica dei prossimi mesi.

Analisi e fonti
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