HomeMeteo ItaliaCorrente Del Golfo: ora il rallentamento si vede nei dati reali

Corrente Del Golfo: ora il rallentamento si vede nei dati reali

Un nuovo studio pubblicato su Science Advances rafforza il quadro: il grande sistema di correnti dell’Atlantico mostra un indebolimento coerente osservato lungo più latitudini

Il segnale che emerge dall’Atlantico

Negli ultimi anni si parla spesso dell’AMOC, il grande flusso di acqua tiepida oceanica dell’Atlantico, Atlantic Meridional Overturning Circulation. È il sistema di correnti che porta acqua calda dai tropici verso nord, la raffredda nell’Atlantico settentrionale, la fa affondare e la riporta in profondità verso sud. È anche uno dei motivi per cui l’Europa occidentale gode di un clima più mite rispetto ad altre aree poste alla stessa latitudine.

Il punto centrale è sempre stato lo stesso: che cosa accade se questo gigantesco meccanismo rallenta davvero. I modelli climatici lo indicano da tempo come una conseguenza plausibile del riscaldamento globale, tra fusione dei ghiacci della Groenlandia e maggiore afflusso di acqua dolce nel Nord Atlantico. Ora, però, arriva una prova osservativa diretta molto più solida del passato.

L’8 aprile 2026 su Science Advances è stato pubblicato uno studio che aggiunge un tassello importante a questo quadro. Il lavoro, dal titolo Meridionally consistent decline in the observed western boundary contribution to the Atlantic Meridional Overturning Circulation, mostra che il contributo profondo occidentale dell’AMOC si è indebolito in modo coerente lungo più latitudini dell’Atlantico.

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Che cosa hanno osservato gli scienziati

Il team internazionale guidato, tra gli altri, da Qianjiang Xing dell’Università di Miami ha analizzato i dati raccolti da quattro array di misurazione disposti lungo il confine occidentale dell’Atlantico, tra 16,5°N e 42,5°N. Si tratta delle reti MOVE, RAPID-MOCHA, Line W e RAPID-Scotian, sistemi di boe oceaniche che da anni registrano parametri fondamentali per seguire l’evoluzione della circolazione profonda.

Invece di tentare di misurare l’intera AMOC, operazione molto complessa perché coinvolge l’intero bacino oceanico, gli autori si sono concentrati sulla componente occidentale profonda, al di sotto di circa 1000 metri. Per farlo hanno utilizzato un approccio particolarmente efficace: la differenza di pressione sul fondo oceanico tra la costa e il largo. È un indicatore strettamente legato alla forza della corrente profonda che scorre verso sud lungo il margine occidentale dell’Atlantico.

Il risultato è netto. Su un arco di circa vent’anni emerge un declino coerente a tutte le latitudini considerate. I trend indicano un indebolimento della corrente profonda verso sud, con un segnale più marcato alle latitudini meridionali e ben riconoscibile anche dopo avere rimosso la variabilità stagionale e quella a breve termine.

I numeri del declino

Lo studio quantifica questo rallentamento in sverdrup, l’unità usata in oceanografia per esprimere grandi volumi di trasporto d’acqua. A 16,5°N il trend è di –0,67 ± 0,13 Sv/anno. A 26,5°N è di –0,26 ± 0,07 Sv/anno. A 39,5°N è di –0,45 ± 0,17 Sv/anno. A 42,5°N il valore è di –0,10 ± 0,17 Sv/anno, meno significativo dal punto di vista statistico, ma comunque orientato nella stessa direzione.

L’aspetto più rilevante non è soltanto il valore dei singoli trend, ma la loro coerenza spaziale. È proprio questa continuità lungo più sezioni oceanografiche a rendere il risultato particolarmente robusto. Finora il tema del rallentamento dell’AMOC era sostenuto soprattutto da modelli climatici, ricostruzioni indirette e da osservazioni limitate a singole sezioni. Qui, invece, compare un quadro multi-latitudinale basato su misure in situ.

Non è un collasso, ma è un segnale forte

Gli autori mantengono un tono molto chiaro e misurato. Questo studio non dimostra un collasso imminente dell’AMOC. La circolazione atlantica presenta una variabilità naturale molto ampia, e il lato orientale del bacino sta in parte compensando il rallentamento osservato sul lato occidentale.

Proprio per questo il dato va letto nel modo giusto. Non come prova di uno scenario estremo a breve termine, ma come un segnale forte e credibile. La componente occidentale profonda viene descritta come una sorta di canarino in miniera: una parte del sistema particolarmente sensibile, più facile da monitorare e capace di mostrare prima degli altri segmenti che qualcosa sta cambiando.

Il messaggio che arriva dallo studio è quindi preciso. L’AMOC non sta per spegnersi domani, ma il suo indebolimento non è più soltanto una possibilità modellistica o una ricostruzione indiretta. Il segnale comincia a comparire con chiarezza nei dati osservati.

Perché questo lavoro pesa più di altri

La forza di questo studio sta nel metodo e nell’estensione geografica delle osservazioni. Le prove dirette disponibili finora erano più frammentarie e spesso limitate a una o due sezioni. In questo caso, invece, la stessa tendenza compare su più latitudini e si fonda su serie di misure raccolte da reti oceanografiche stabili nel tempo.

Gli autori hanno inoltre verificato la solidità del risultato con diversi test di sensibilità, valutando profondità, filtri e configurazioni metodologiche. Anche i dati utilizzati provengono da programmi noti e pubblici, come RAPID, MOVE, Line W e OceanSITES. È un elemento importante, perché rafforza trasparenza e replicabilità.

Il quadro che emerge resta coerente anche con altre evidenze già note. Le ricostruzioni proxy da sedimenti e coralli indicano un indebolimento nel lungo periodo. I modelli climatici continuano a prevedere un rallentamento dell’AMOC nel corso del XXI secolo. Le osservazioni raccolte alla sezione RAPID, a 26,5°N, avevano già mostrato un calo netto di circa 3-4 Sv dal 2004. Questo nuovo lavoro non collide con ciò che si sapeva: lo consolida.

Che cosa cambia nella lettura del fenomeno

Un AMOC più debole non significa l’arrivo improvviso di una nuova era glaciale. È uno dei punti che gli studiosi ribadiscono con più forza, anche per prendere le distanze da rappresentazioni spettacolari ma fuorvianti. Le eventuali conseguenze sarebbero più graduali, più complesse e meno cinematografiche.

Nel caso dell’Europa occidentale, un minor trasporto di calore verso nord potrebbe tradursi in temperature medie leggermente più basse, soprattutto in inverno, rispetto a quanto ci si attenderebbe considerando soltanto il riscaldamento globale. Nel Nord Atlantico potrebbe accentuarsi un pozzo freddo, un’ area di anomalia termica più fredda rispetto al contesto circostante.

Anche il regime delle precipitazioni tropicali potrebbe subire spostamenti verso sud. Lungo la costa orientale degli Stati Uniti, un AMOC più debole è associato a un aumento più rapido del livello del mare, perché diminuisce l’effetto dinamico che oggi richiama acqua verso nord. Sul piano atmosferico, infine, potrebbero emergere variazioni nei percorsi delle tempeste atlantiche e una maggiore variabilità del sistema.

Il punto cruciale dello studio

La novità più importante non è l’idea che l’AMOC possa indebolirsi. Quella esiste da anni. La novità è che ora questo indebolimento si osserva in modo coerente su più latitudini dell’Atlantico attraverso dati reali raccolti direttamente nell’oceano.

È questo il cuore del lavoro pubblicato su Science Advances. Non un annuncio catastrofista, non una prova di collasso imminente, ma un campanello d’allarme molto serio. Il sistema climatico sta cambiando e una delle sue grandi strutture di circolazione sta inviando un messaggio sempre più chiaro. Continuare a monitorarlo con reti di osservazione di lungo periodo sarà decisivo per capire quanto rapido e quanto profondo potrà essere questo rallentamento.

Riferimento scientifico

Xu, Q. et al. (2026), Meridionally consistent decline in the observed western boundary contribution to the Atlantic Meridional Overturning Circulation, Science Advances, Vol. 12, Issue 15, DOI: 10.1126/sciadv.adz7738.

Analisi e fonti
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